Data center in Lombardia, richieste per 48 GW: cosa cambia per le imprese

In Lombardia le richieste di connessione per nuovi data center arrivano a 48 GW e la rete andrebbe quadruplicata. Cosa significa per chi cerca colocation a Milano.

Data center in Lombardia, richieste per 48 GW: cosa cambia per le imprese
Il video in 52 secondi
  • 48 giga di richieste: in Lombardia le domande di connessione alla rete elettrica per nuovi data center arrivano a 48 GW e, come riporta LaChirico.it, la capacità di rete andrebbe quadruplicata.
  • Il “cloud first” arretra: secondo l’Osservatorio Cloud Ecosystem & Sovereignty del Politecnico di Milano, il 53% delle grandi imprese trend setter decide progetto per progetto, mentre il cloud only scende al 4%.
  • Il nodo del consenso locale: ADUC rilancia il dibattito sui data center “sotto casa”, rifiutati negli Stati Uniti, e si chiede cosa aspettarsi in Italia.

In Lombardia la rete elettrica fatica a tenere il passo con i progetti di data center: secondo LaChirico.it, le richieste di connessione hanno raggiunto i 48 GW e la capacità andrebbe quadruplicata. Il dato arriva mentre la ricerca del Politecnico di Milano certifica il tramonto delle strategie cloud predefinite e la crescita dei carichi ospitati in data center esterni. Per CIO e responsabili infrastruttura significa una cosa precisa: la disponibilità di spazio, energia e connettività a Milano diventa una variabile da pianificare, non più un dato scontato.

Cosa è successo

Tre notizie uscite lo stesso giorno, il 4 novembre 2026, compongono un quadro coerente. La prima riguarda la rete: come riporta LaChirico.it, in Lombardia le richieste di connessione per nuovi data center ammontano a 48 giga e la capacità di rete sarebbe “da quadruplicare”. Va ricordato che una richiesta di connessione è una domanda di allaccio, non un impianto già in esercizio: il numero misura la pressione sul sistema, non la capacità effettivamente disponibile oggi.

La seconda riguarda la domanda delle imprese. La ricerca 2026 dell’Osservatorio Cloud Ecosystem & Sovereignty del Politecnico di Milano, presentata dal responsabile scientifico Stefano Mainetti al convegno «Cloud & Sovereignty: l’ecosistema digitale europeo tra ambizioni e realtà», ha coinvolto 203 grandi e grandissime imprese italiane. Sulle 73 organizzazioni definite trend setter (oltre mille addetti e fatturato superiore a 250 milioni di euro), come riporta ZeroUno:

  • l’approccio selettivo, che valuta ogni progetto prima di decidere dove realizzarlo, sale al 53% dal 36% del 2024;
  • il cloud first scende dal 39% al 31%;
  • il cloud only crolla dal 20% al 4%;
  • l’hybrid cloud è adottato dall’80% e il multicloud dal 46%.

Il dato più rilevante per il mercato della colocation è un altro. «La discontinuità principale non riguarda il ritorno all’on-premise, bensì il passaggio dei data center da on-premise a off-premise, con una crescita di 22 punti percentuali», osserva Mainetti. La quota di carichi applicativi ospitata in data center esterni passa dal 7% della rilevazione 2024 al 29% del 2026, pur su campioni differenti (137 grandi organizzazioni nel primo caso, 73 trend setter nel secondo). «Quattro workload su cinque sono ormai usciti dal perimetro aziendale», aggiunge.

La terza notizia riguarda l’accettabilità sociale. ADUC titola “Data center sotto casa. Rifiutati in Usa, cosa ci si aspetta in Italia”, riportando nel dibattito italiano il tema dei grandi impianti vicino ai centri abitati che, secondo il titolo, negli Stati Uniti vengono rifiutati.

Perché riguarda anche te

Per un’azienda o un ente che cerca colocation nell’area milanese, la combinazione di questi elementi ha effetti pratici. Se la rete va potenziata in modo così marcato, la nuova capacità arriverà in base ai tempi degli adeguamenti infrastrutturali e delle autorizzazioni. È quindi ragionevole aspettarsi che i progetti con requisiti di potenza elevati, come i cluster per l’intelligenza artificiale, debbano essere pianificati con maggiore anticipo e che la differenza tra capacità già allacciata e capacità solo annunciata diventi un criterio di scelta decisivo.

Sul fronte delle strategie, la ricerca PoliMi indica che la domanda non si sposta in blocco verso il cloud pubblico né torna in azienda: cresce l’infrastruttura esterna dedicata. Ma Mainetti avverte che spostare i sistemi fuori sede non equivale a trasformarli: «Abbiamo esternalizzato l’infrastruttura fisica per evitare i costi di gestione e alimentazione, ma non abbiamo ancora trasformato il modello di gestione e le relative competenze». Le responsabilità su apparecchiature e servizi, ricorda ZeroUno, dipendono dalla soluzione adottata e dal contratto.

C’è poi la questione economica. L’aumento dei costi del cloud è indicato dal 58% dei rispondenti come principale sfida, seguito dalla carenza di competenze multicloud (39%), dalla difficoltà di spostare applicazioni tra provider (30%), dai problemi di integrazione (29%) e dalla complessità di sicurezza e conformità (27%). La dipendenza da provider extraeuropei e la sovranità dei dati sono segnalate dal 12%. «Il passaggio da costi Capex a costi Opex a consumo ha spiazzato molte organizzazioni nella previsione e nel controllo dei budget», spiega Mainetti. Per la PA e per i settori regolati, infine, il tema del consenso locale sollevato da ADUC può tradursi in incertezza sui tempi di nuovi insediamenti.

Come proteggersi / Cosa fare

Le indicazioni seguenti si basano su buone pratiche di settore riconosciute e sulle criticità emerse dalla ricerca del Politecnico.

  1. Mappare i workload prima di scegliere dove collocarli. Seguire l’approccio selettivo: classificare le applicazioni per requisiti di latenza, densità di potenza, conformità e prevedibilità della spesa, e decidere caso per caso tra cloud pubblico, privato e infrastruttura dedicata.
  2. Chiedere evidenza della potenza disponibile. Nelle trattative di colocation, distinguere tra capacità elettrica già allacciata e capacità pianificata, e farsi indicare tempi realistici per eventuali ampliamenti.
  3. Pianificare la crescita con anticipo. Per progetti AI o ad alta densità, valutare opzioni di riserva di spazio e potenza nel contratto, invece di ricorrere all’acquisto quando il bisogno è già immediato.
  4. Definire nel contratto chi fa cosa. Esplicitare responsabilità su apparecchiature, manutenzione, sicurezza fisica e livelli di servizio, come suggerisce la stessa ricerca quando ricorda che tutto dipende dalla soluzione adottata.
  5. Governare la spesa in esercizio. Introdurre pratiche di controllo dei costi (FinOps) che coprano tutti gli ambienti, con monitoraggio continuo di consumi e configurazioni.
  6. Garantire connettività ridondata e neutrale. Preferire strutture che offrano accesso a più operatori e percorsi in fibra diversificati, per non legare l’infrastruttura a un unico fornitore.
  7. Preparare un piano di uscita. Documentare come migrare applicazioni e dati tra provider, criticità segnalata dal 30% delle imprese.
  8. Includere conformità e sovranità nei criteri di scelta. Verificare localizzazione dei dati, giurisdizione del fornitore e requisiti normativi applicabili al proprio settore.

Il punto di vista Nexim

Da operatore di rete, leggiamo il dato lombardo come un segnale di maturità del mercato: la scarsità non riguarda più solo i metri quadrati, ma l’energia disponibile e la qualità delle interconnessioni. La ricerca del Politecnico conferma che le imprese stanno portando i carichi fuori sede senza aver ancora rivisto modelli di gestione e competenze, ed è proprio lì che si giocano costi e affidabilità. Il consiglio è trattare la scelta di un data center e della colocation come una decisione di architettura, valutando insieme potenza garantita, ridondanza della connettività e chiarezza contrattuale. Il dibattito sui data center “sotto casa” ricorda inoltre che la sostenibilità e il dialogo con i territori faranno sempre più parte della due diligence.

Fonti

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