Colocation e NIS2: perché il data center torna strategico

La direttiva NIS2 cambia le priorità degli IT manager: continuità, disaster recovery e cloud privato chiedono infrastrutture certificate. La colocation Tier III torna al centro.

Colocation e NIS2: perché il data center torna strategico

Per anni il discorso dominante è stato “tutto in cloud pubblico”. Oggi, con l’entrata in vigore della direttiva NIS2 e con una maturità crescente nella gestione dei carichi IT, molti responsabili infrastruttura stanno riportando sul tavolo una domanda apparentemente vecchia: dove risiedono fisicamente i miei dati, chi garantisce la continuità del servizio e con quali certificazioni? La risposta, per un numero crescente di aziende, passa dalla colocation in data center certificati Tier III, affiancata a soluzioni di cloud privato e disaster recovery progettati su misura.

NIS2: la compliance diventa un tema infrastrutturale

La direttiva NIS2 ha ampliato in modo significativo la platea dei soggetti obbligati a rispettare requisiti di sicurezza informatica, estendendola a numerosi settori prima esclusi: dalla logistica alla manifattura critica, dai servizi digitali alla gestione dei rifiuti. Per i responsabili IT questo si traduce in obblighi concreti su gestione del rischio, continuità operativa, segnalazione degli incidenti e verifiche sulla catena di fornitura.

Il punto spesso sottovalutato è che la compliance non si risolve a livello applicativo: tocca anche l’infrastruttura. Dove sono ospitati i sistemi, qual è il livello di ridondanza elettrica e di raffreddamento, quali certificazioni possiede il provider, come è gestito il piano di disaster recovery. Senza risposte documentabili su questi punti, qualsiasi policy interna resta fragile di fronte a un audit.

Il ritorno della colocation (e del cloud privato)

La colocation non è un ritorno al passato: è una scelta architetturale che consente di mantenere il controllo diretto dell’hardware e dei dati, delegando al provider ciò che non ha senso gestire internamente, come alimentazione ridondata, sistemi di raffreddamento, sicurezza fisica e connettività carrier neutral. Accanto a questo, il cloud privato ospitato nello stesso data center offre la flessibilità del modello as-a-service senza le incognite normative legate ai cloud iperscalari extraeuropei.

Per chi deve gestire workload critici, questa combinazione risolve tre problemi contemporaneamente: prevedibilità dei costi, aderenza alle policy di sovranità del dato, latenza controllata verso applicazioni on-premise ed edge.

Disaster recovery: dall’adempimento alla continuità reale

Troppi piani di disaster recovery esistono solo sulla carta. NIS2 impone invece di dimostrare che la continuità operativa sia testata e misurabile. Qui la geografia del provider conta: avere sale certificate in città diverse, collegate da un backbone proprietario, consente di progettare repliche sincrone o asincrone con RPO e RTO coerenti con la criticità del servizio, senza dover orchestrare interconnessioni fragili fra operatori diversi.

  • Replica dei dati fra siti geograficamente separati, su rete controllata end-to-end.
  • Test di failover ripetibili, documentabili e inseribili nei report di audit.
  • Procedure di escalation definite con il provider, non improvvisate durante l’incidente.

Cosa chiedere a un provider nel 2025

La scelta del data center non è più un confronto di prezzi al kW. Le domande che un responsabile infrastruttura dovrebbe porre sono diventate più sofisticate:

  1. Il data center è certificato secondo standard riconosciuti (ANSI/TIA-942, ISO 27001) e gli audit sono disponibili?
  2. Qual è l’architettura elettrica e di raffreddamento, e come viene garantita la manutenzione senza interruzione del servizio?
  3. Il provider è carrier neutral o impone vincoli di connettività?
  4. Esiste un NOC presidiato H24 e procedure di risposta formalizzate?
  5. È possibile integrare colocation, hosting dedicato e cloud infrastrutturale in un unico contratto?

L’approccio Nexim: dal rack al cloud, un solo contratto

Nexim opera quattro data center certificati Tier III ANSI/TIA-942 a Milano, Roma, Francoforte e Dubai, con disponibilità dichiarata del 99,982%, PUE di 1.4, alimentazione 2N e raffreddamento N+1. Le sale sono nodi del backbone proprietario Nexim, con oltre 40 carrier internazionali e Internet exchange direttamente accessibili in cross-connect: un approccio carrier neutral che evita lock-in verso singoli operatori.

Sulle stesse sale sono erogati sei servizi complementari: colocation, hosting dedicato, cloud infrastrutturale con VM, storage e Kubernetes managed, managed services con sysadmin e backup gestiti, oltre alle certificazioni ISO 27001, 9001 e 14001. Un NOC presidiato 24 ore su 24 su tre hub, Milano, New York e Dubai, completa il presidio operativo. Il percorso di attivazione è strutturato in quattro step chiari: analisi del contesto, progettazione con capacity planning e costi scritti, attivazione con sign-off congiunto, gestione continuativa con report periodici.

Se stai valutando come allineare la tua infrastruttura ai nuovi obblighi NIS2 e consolidare continuità operativa e disaster recovery, puoi approfondire il servizio di colocation e cloud Nexim o prenotare una visita in sala sulla pagina dedicata ai data center Nexim.